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La Fantascienza che ci piaciuta

di Marino De Pascalis

Guerra nella Galassia (The star kings)

I Romanzi di Urania n. 14 del 20 aprile 1953

Traduzione dall'inglese di Patrizio Dalloro (pseudonimo di Mutti Maglione, scrittrice, all'epoca sentimentalmente legata a Giorgio Monicelli, creatore e curatore di Urania, LS)
Ristampato come:

I sovrani delle stelle (The star kings (1949)/Return to the stars (1970))
COSMO Classici della fantascienza - 1989
Traduzione dall'inglese di Ugo Malaguti

Uno dei maggiori classici di fantascienza avventurosa partorito dalla mente geniale di Edmond Hamilton, scrittore dalla fantasia strabiliante. Insieme a Jack Williamson, Hamilton è uno dei più grandi maestri della fantascienza avventurosa degli anni d'oro, quando inizia il ciclo dei "Soli che si scontrano", dove i mondi vengono distrutti e creati senza risparmio, dove si muovono immense flotte interstellari e dove corrono il pericolo di essere distrutte persino intere galassie, strabiliando generazioni di lettori pieni di entusiasmo per le sue sfolgoranti creazioni letterarie. Ma il gusto del pubblico si evolve ed Hamilton con il tempo e con il matrimonio con Leigh Brackett, la straordinaria scrittrice della "Legge dei Vardda" e richiestissima sceneggiatrice hollywodiana, affina lo stile ed i suoi soggetti. Scrive quindi opere eccezioni come "Agonia della Terra", "La stella della vita", "La spedizione della V Flotta" ed infine quello che è il suo canto del cigno, il ciclo del "Lupo dei cieli", con cui l'antico distruttore di mondi perviene forse alla sua opera forse più matura e complessa.

Negli anni '70 il grande creatore di avventure spaziali si trova costretto ad affrontare l'onda anomala di un nuovo tipo di fantascienza, tra cui la temutissima fantascienza sociologica, causa prima di infiniti episodi di orchite tra i cultori della materia. Ovviamente io non ho nulla contro la fantascienza sociologica, quando è scritta bene, ma l'ondata sociologica degli anni '70 era solo un mucchio di velleitarie insensatezze, perché troppi scrittori di mezza tacca erano saliti in fretta e furia sul nuovo carro del vincitore, che poteva anche vantare il bollino del politicamente corretto. Mentre la bellissima, festosa, appassionate fantascienza degli anni d'oro doveva discendere la grigia china del politicamente scorretto perché aveva unicamente fini di intrattenimento. La sfolgorante fantasia di Hamilton non sembrava più apprezzata come un tempo ed intristisce ed appassisce davanti a nuovi soggetti e modi di scrivere della sua amata fantascienza. Ciò è causa di amarezza e di un certo ripiegamento su sé stesso di Hamilton, che muore nel 1977 quasi ignorato, ma non senza aver prima graffiato ancora una volta e procurato ai suoi deliziati lettori un seguito (Ritorno alle stelle) al suo capolavoro "Guerra nella galassia". Ma il tempo è galantuomo e cambia in aceto il vino cattivo. Per fortuna oggi nessuno si ricorda più nulla della debordante ondata sociologica dell'epoca, andata tutta a finire in aceto di pessima qualità. I romanzi di Hamilton sono invece diventati vino rosso gagliardo e ad alta gradazione. Se pure qualcosa della sua produzione dei primi tempi, oggi purtroppo inevitabilmente datata, è finita in aceto, si tratta pur sempre di aceto balsamico, buono a condirci l'insalata.

Ed ora parliamo di "Guerra nella galassia".

John Gordon, un semplice ragioniere che vive nel ventesimo secolo, sente che la sua mente viene improvvisamente risucchiata nel corpo di Zarth Arn, che è il principe dell'Impero Centrale della Galassia, che esisterà in un tempo situato oltre duemila secoli nel futuro di Gordon stesso. Il nuovo Arn scopre che l'Impero è minacciato da un terrificante nemico alieno, ferocissimo e spietato, proveniente dalla Nebulosa Oscura. Sembra che tutto sia perduto, ma c'è un arma che può stornare la terribile minaccia: il Distruttore. Ma questa è un'arma totale, così smisuratamente potente da essere in grado di distruggere immense porzioni dello spazio, ed addirittura tutto l'Universo. Riuscirà un uomo del ventesimo secolo a padroneggiare un'arma così atroce ed a stornare l'orribile minaccia della Nebulosa Oscura?

Ovviamente sì. Altrimenti non sarebbe da Hamilton.

Ma quello che fa la differenza è il come. Dai pochi cenni della trama appena esposta sembra essere in pieno melodramma fantascientifico. Perfino i nomi (Zarth Arn e gli altri) sembrano farci ripiombare in un clima da operetta spaziale. Ma per fortuna a gestire una materia molto vicina a sfiorare il ridicolo c'è Hamilton, che la gestisce con la sua consueta maestria. L'impero ed il suo feroce nemico, la Nebulosa Oscura, assumono subito contorni corposi e consistenti. La narrazione come di consueto si snoda con la perfezione di una apparecchiatura di precisione teutonico, ed il lettore è inesorabilmente risucchiato tra i soli multicolori ed i pianeti pittoreschi dell'Impero, dove tra inenarrabili peripezie si svolge il pericolosissimo duello tra l'Impero e la Nebulosa, fino al temuto utilizzo dell'arma totale, il terribile Distruttore, e fino al finale a sorpresa. Il tutto portato avanti da una fantasia sfrenata, con descrizioni irripetibile di esseri e razze aliene, con uno stile semplice e diretto come un proiettile, il tutto ad un ritmo sfrenato e governato con mano ferma, senza indulgere alla minima sbavatura.

Insomma da leggere e rileggere con piacere ancora adesso.

Marino De Pascalis (marinodepa@libero.it)