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La Fantascienza che mi piaciuta: Dove sei Maria?

di Marino de Pascalis

Il primo romanzo di cui sto per parlare è di un autore francese, il che innesta alcune considerazioni che però andrò a fare più in là.

Autore: Pierre Versins

Titolo : Le stelle ci amano. (Les etoiles ne s'en foutent pas)

copertina Urania di Le stelle ci amanoEdizione Romanzi di Urania n. 103 del 3 novembre 1955

L'ambiente sembra essere un pianeta Terra diventato ormai molto evoluto ed abitato da una popolazione molto civile e tollerante. La scoperta di uno studente intraprendente consente di trovare in un lontano pianeta della galassia traccia di viaggiatori interstellari, per cui viene subito approntata una spedizione, di cui fa parte anche lo studente che ha fatto la scoperta, per giungere all'appuntamento con gli esseri che viaggiano tra le stelle. Dopo alcune peripezie l'astronave riesce a prendere contatto con loro, ma il primo approccio si rivela violento e sconcertante. Il responsabile della spedizione, sceso dalla scaletta dell'astronave per dare il benvenuto ai nuovi esseri, provoca una immediata reazione di ripulsa, l'alieno non solo non accetta la mano tesa in segno di amicizia, ma si ritrae disgustato pronunciando frasi insultanti, poi prende la sua arma e colpisce chi lo sta salutando con segni di pace.

Solo a questo punto del romanzo apprendiamo che la prospettiva è rovesciata. Il pianeta civile non è la Terra, ma un lontano pianeta della galassia. I viaggiatori ostili sono terrestri ed il motivo di tanta ripulsa è dovuto al fatto che gli abitanti del civilissimo pianeta che li accoglie con tanta amicizia sono tutti di pelle nera.

L'astronauta terrestre è di nazionalità americana, appartiene ad uno degli stati del cotton belt, cioè proprio quelli più ostili ai neri, ed ha espresso il suo odio nella maniera peggiore, cioè uccidendo un essere pacifico che gli vuole solo dare il benvenuto.

L'astronave degli alieni civili ed amichevoli non reagisce a tanta rabbia cieca distruggendo l'astronave terrestre, come ci aspetteremmo che faccia davanti a tanta provocazione. Ma no, loro nonostante siano molto più potenti anche dal punto di vista militare non distruggono né uccidono. La loro punizione si esplicherà in maniera sempre molto civile ed umana e rappresenterà una salutare lezione per il nostro violentissimo pianeta.

Un tema morale ed umanitario, quindi. Sviluppato con qualche ingenuità ma anche con notevole senso della suspence, perché per buona parte del romanzo nulla ci induce a pensare che non siamo tra terrestri, ma tra alieni, e tanto meno si capisce che tutti i personaggi sono neri di pelle. Tutto questo ci viene rivelato all'improvviso, insieme all'altrettanto improvviso colpo di pistola del folle astronauta terrestre.

Il romanzo è molto godibile, agile e pieno di sorprese. Il tutto in appena un centinaio di pagine, quasi un racconto lungo. Non svelo la parte finale per quei due o tre lettori che intendessero leggere il libro. (cosa non facile perché è di quasi mezzo secolo fa e non mi risulta sia stato ristampato).

Il tema era di grande attualità quando il libro è stato scritto. Allora i neri americani avevano bagni e posti separati negli autobus. Non potevano mangiare nei ristoranti dei bianchi, né avevano diritto ad una istruzione di tipo universitario. Potevano accedere solo ai lavori più umili e chi cercava di superare queste umilianti barriere doveva fronteggiare la vendetta di alcuni tipi incappucciati che dispensavano croci fiammeggianti, frustate e morte. Ma resta di attualità anche adesso, perché il razzismo non è molto calato nel mondo, anzi è persino aumentato e nel novero dei razzisti cominciamo a fare decisamente capolino anche noi italiani, nonostante che la nostra plurimillenaria civiltà ci abbia messo a contatto, nel corso dei secoli, con gente di tutte le razze e di tutte le credenze religiose.

Ora che ho finito di parlare del libro passo alle considerazioni.

La prima riguarda gli autori francesi: Pierre Versins è uno dei pochi autori francesi pubblicati in Italia che si sia dimostrato in grado di scrivere in modo piacevole ed originale. Purtroppo negli anni '50 e '60 dello scorso secolo i lettori di SF sono stati travolti da una marea di romanzi di scarso valore in buona parte scritti da Francesi, tanto da far coniare per i loro autori il termine spregiativo di "tromboni francesi". La casa editrice francese che li pubblicava aveva un nome assai minaccioso "Fleuve noir" "fiume nero". Uno degli autori più famigerati era un tal Bessière che aveva per protagonista nei suoi libri l'equipaggio di un'astronave chiamata "Meteora", Volendo proprio dire una cattiveria i poveri lettori, confusi da tante indigeste banalità, forse in qualche caso finivano per assimilare la "Meteora", più che ad corpo celeste viaggiante nello spazio, al fastidioso fenomeno del meteorismo.

copertina urania di il pianeta dei mogMa ovviamente non sto parlando dei Francesi solo per denigrarli. Fanno parte della storia della SF e quando penso a loro lo faccio anche con un pizzico di nostalgico affetto, perché il lettore di SF dei primi tempi era come uno degli adepti degli ordini cavallereschi ospitalieri del medioevo, cioè pronto a qualsiasi esperienza in nome dell'amata SF, nello stesso modo in cui quegli altri erano pronti a tutto nel nome di Dio.

Il motivo per cui ne parlo è un altro. Se i Francesi scrivevano e pubblicavano tante insulsaggini era perché in patria non doveva esserci nessun senso di subordinazione nei confronti degli scrittori anglosassoni di SF, che pure indubbiamente si dimostravano in possesso di più mestiere. Questo ha portato a sviluppare una scuola di scrittori, sia pure ricca di scorie. Ma scrivere è il solo modo per scrivere meglio.

Ai potenziali scrittori italiani di SF è come se invece fosse stato mostrato un monolite nero, simile a quello di "2001 odissea nello spazio", che li ammonisse con voce tonante che mai e poi mai sarebbero riusciti a produrre tanta perfezione. Ed inducendo quindi un pericolosissimo complesso di inferiorità durato per alcuni decenni, fino a quando il buon Valerio Evangelisti non ha usato il suo inquisitore come un ariete per mostrarci che al di là del muro ci sono uomini e donne come noi, e non una razza aliena enormemente evoluta.

Compariamo ora due romanzi:

Il primo è " Il pianeta dei Mog" (Territoire Robot, edizioni Fleuve Noir) di Jean Gaston Vandel, Urania n. 127 del 7 giugno 1956.

L'autore è francese ed è uno dei famigerati tromboni. Lo stile è piatto, la tecnica narrativa povera, la storia è modesta e sembra echeggiare alla lontana gli Umanoidi di Williamson.

Il secondo romanzo è "Gli infiniti ritorni" di Marren Bagels. Urania n. 272 del 31 dicembre 1961.

Il romanzo parla di uno dei grandi miti dell'umanità, l'esistenza di Lemuria, e mescola abilmente il Libro di Dzyan, noto ai seguaci delle teorie esoteriche, con il filosofo taoista Lao-Tse, con belle scene di battaglie spaziali e scorci di vita nella Cina dell'anno 604 a.c. Lo scrittore dimostra una notevole cultura ed uno stile ricco e piacevole. La tecnica narrativa buona, la storia originale, il prodotto letterario decisamente buono.

copertina urania di Gli infiniti ritorniA fianco del titolo italiano in terza pagina non c'è il titolo in lingua originale, presumibilmente svedese o comunque nord europeo a giudicare dal nome. Questo perché il nome Marren Bagels non corrisponde affatto ad un autore straniero, ma alla signora Maria De Barba, un'autrice italiana ed anche molto brava a giudicare dal contenuto.

Dove sei Maria? Dove abiti, cosa fai? Che consuntivi stai tirando nell'autunno della tua vita? Vorrei ringraziarti sentitamente per le bellissime sensazioni che mi hai regalato quando è uscito il tuo libro, durante le feste di Natale del 1961. Io facevo ancora la terza media, ma la mia giovane età non mi ha impedito di apprezzarti. Sicuramente sei ultra sessantenne, ma ti immagino ancora vivace e piena di vita. Quanti bellissimi romanzi avresti potuto scrivere e non l'hai fatto perché ti sei scoraggiata davanti agli ostacoli che incontravano gli autori italiani?

Ovviamente i Francesi non scrivono solo sciocchezze, come ho dimostrato con il romanzo di Versins, ma il paragone mi serve solo per cogliere le grandi difficoltà in cui si è trovato chi ci ha preceduto nel scrivere SF.

Il monolite nero ha pesato come un macigno, scoraggiando chissà quanti validissimi autori italiani, che si sono così forse dovuti dedicare all'ippica, o all'esegesi dei testi biblici, all'allevamento dei lombrichi o anche solo al gioco del lotto, facendoci perdere chissà quanti buoni romanzi, mentre molti scrittori anche meno validi di loro avevano spazio e risorse solo perché non avevano un nome italiano. E questo anche dal versante anglosassone, perché non tutti erano all'altezza di Clarke, Wyndham, Asimov, Williamson etc , Anche tra gli anglosassoni allignavano i tromboni, sia pure in tono minore.

Inutile cercare i responsabili. Noi Italiani siamo xenofili e forse alla fine ci siamo castrati da soli.

La redazione di Urania in qualche modo ha cercato di temperare il fenomeno, come nel caso di Maria, pubblicando autori nostrani sotto pseudonimo, istituendo la rubrica, "Il Marziano in cattedra", e poi infine con il Premio Urania per incoraggiare gli italiani a scrivere.

Perciò diamo pure fiducia agli scrittori italiani. Leggiamo pure gli autori italiani, perché chissà quanti potenziali Evangelisti sonnecchiano e non vengono allo scoperto per mancanza di fiducia in sé stessi, dovuta al falso preconcetto che li vorrebbe inferiori agli scrittori di altre nazionalità.